Da ieri ho una simpatica congiuntivite. Ieri poi, siccome avevo il seminario di teatro e non potevo mettere gli occhiali, ho pure tenuto le lenti tutto il giorno. Alla sera il mio occhio sinistro era gonfio e rosso tipo quello di Quasimodo il gobbo di Notre-Dame. E lacrimava. Non ha ancora smesso, così per la cronaca.
Il farmacista notturno ha avuto pietà di me e mi ha dato un super collirio antibiotico, cortisonico e pure magico, speriamo. Ma continuo a a piangere e a guardare il mondo attraverso una patina umida. Non mi piace mica tanto.
Invece mi piacciono le lacrime che scendono, che sono in tema con il mio umore, con questo grigio che c'è fuori (ma non doveva essere primavera?), con la spossatezza dovuta al lavoro e alle mile cose da fare e al grumo o groppo che ho in fondo alla gola come mi capita da un po' di tempo.
Mi manca come il respiro, vorrei essere da un'altra parte, ma forse anche no. Forse avrei solo bisogno di un sorriso, una farfalla, un' emozione nuova che mi faccia uscire da questo impasse. Avrei bisogno che un evento esterno aiutasse le mie decisioni a essere meno tristi. Ecco è questo. Non voglio ritorni. Voglio nuovi arrivi che mi mettano al riparo dall'incanto delle parole ed dei fantasmi. Vogli riposo e risate. Voglio poter contare. E parlare. Voglio piangere attraverso la congiuntivite. Almeno per un po'.
In queste vacanze non ho passato del tempo solo con la mia famiglia, ma anche con la mia famiglia preferita, ovvero la famiglia Malaussene. Avevo bisogno di rileggere il mio Pennac. Daniel è un amore che dura da più di 10 anni. Benjamin, Clara, Julie, il commissario Rabdomant, Thian, la Regina Zabo, Loussa, zio Stojil, il dottor Marty (se trovi un essere umano, seguilo, seguilo), Il Piccolo, la mamma, Hadouch (e Simon e Mo) e poi loro, i miei preferiti: Jeremy e Therese.
Therese fa le carte. Vede tutto e capisce le persone. Sembra rigida, ma è fortemente empatica e chiama sua figlia Maracuja, ovvero Frutto della passione. A dimostrazione del fatto che le apparenze ingannano.
E poi Jeremy: che scrive benissimo, è attaccato alla famiglia in maniera viscerale, è un adolescente ribelle e da i nomi alle persone. Battezza i bambini: il Piccolo, Verdun, E' Un Angelo, Monsieur Malaussene sono sue idee, da i soprannomi a chi un nome ce l'ha già; e questo lo può fare perchè il suo sguardo attento alla realtà coglie l'essenza delle persone.
Io amo dare i soprannomi, che preferisco chiamare pseudonimi. Mi piace dare alle persone a cui voglio bene un nome che è solo mio, un nome che le collega al sentimento che provo per loro. La rubrica del mio cellulare è piena di nomi buffi, cognomi improbabili, caratteristiche che mi ricordano momenti, facce buffe, espressioni verbali.
Lo pseudonimo non arriva con il ragionamento: è più un guizzo, un lampo di coscienza. Una fotografia che ti fa dire: tu per me oggi sei questo.
Che poi è quello che succede a Jeremy.
In giro è tutto un risvegliarsi di sensi; le mie amiche sberluccicano di amori primaverili. Sono così belle. Io invece no. Non mi sono mai innamorata in primavera. Io mi innamoro sempre tra la fine dell'autunno e l'inizio dell'inverno. Non so come mai, forse il freddo mi ispira. Trovo romantiche le notti di pioggia, il freddo, i cappelli di lana, le mani fredde che si scaldano, le parole che prendono corpo con le nuvolette di fiato. Sarà che son nata d'inverno, ma le persone che conosco da novembre a marzo trovano un posto speciale nella mia testa e nel mio cuore. I miei amori invernali durano tanto. In primavera mi sento meno predisposta a lasciarmi andare. Aprile mi fa paura e maggio mi riempie di speranza, ma spesso non mantiene le promesse. L'estate poi mi porta a non fidarmi. Quest'inverno non mi sono innamorata. Sarà per l'anno prossimo. Speriamo!
E' ora di fare outing. Io ho stima e affetto per i tamarri.
Ecco l'ho detto, ora mi sento meglio. Però attenzione: io parlo dei tamarri ruspanti. Non spasimerò mai per gli pseudo-tronisti con la leccata di mucca in testa, che quello è tamarro ripulito e non mi piace. Io stimo il tamarro fiero, quello un po' teppista e attaccabrighe che sai che può difendere la sua donna da tutto e da tutti.
Quello che in macchina ascolta la musica a palla,con la sigaretta sempre in bocca, i tatuaggi e la faccia un po' da stronzo. Quello che beve birra e superalcolici lisci, che io un uomo che beve i cocktail fruttati non riesco a vederlo come un uomo. Quello che fischia per strada e considera L'allenatore nel pallone e Attila flagello di Dio come i film più importanti della sua vita. Quello che quando tu, donna quasitrentenne in preda alle tue seghe mentali intellettualistiche, ti poni il problema di cosa vogliano dire una parola o uno sguardo ti dice chiaramente che sì vuol dire sì e no vuol dire no.
Quello che vive un po' negli anni '80 e schifa l'idea stessa del metrosexual.
Quello che ha senso pratico e sa riparare ogni cosa in casa.
Ecco io a un tamarro di questo tipo potrei volere proprio bene. Sì.
Nei giorni di grigio mi piace fare gli elenchi delle cose belle, così mi sento un po' meglio:
i tacchi altissimi
aver imparato a camminare sui tacchi altissimi
togliersi i tacchi altissimi e infilarsi le pantofole
la birra bianca
il fatto che i gins mi stanno larghi e ho dovuto comprare due cinture
gli oggetti di vernice
trovare un libro introvabile
la piastra che liscia i capelli anche non perfettamente asciutti
i primi giorni in cui c'è luce fino a tardi
l'idea di ritorno a casa
il fatto che Giuseppe Salsetta sia stato eliminato (oh, ci si attacca a tutto)
il suono di certe parole
le lenzuola pulite
l'olio gionson dopo la doccia
le caramelle gommose
il colore rosso
i coccoli
le coccole
la voglia di ridere
il falafel
.... continua
Aggiornamento: ho aggiunto il link alla ricetta dei coccoli per la mia amica Viola.
Entro in casa, scendo dai tacchi e rivedo il mondo dalla mia altezza naturale, che ormai mi appartiene un po' meno. Tolgo gli orecchini e gli abiti da donna in carriera, mi infilo i vestiti da casa e raccolgo i capelli in una fascia.
E' ora di mettere a posto la mia stanza.
Comincio dalla scrivania: butto via fogli di lavoro inutili, pacchetti vuoti di sigarette, vecchi giornali, biglietti del cinema, fogli di sala di spettacoli... Tutta roba che si è accumulata in questo mese, ma anche di più...
Pulisco la scrivania, rimetto a posto i gioielli, i libri, le foto, gli oggetti. Audry, dal suo quadro a sfondo rosso, mi guarda e sembra approvare.
Poi passo ai vestiti, piego magliette, appendo gonne, rimetto le scarpe nelle loro scatole, il gatto prova a aiutarmi, ma lo caccio via.
Tolgo le lenzuola, passo l'aspirapolvere e poi il cencio. Ogni cosa riprende forma, mentre nella mia testa avviene un'interessante conversazione tra la fata confetto che sostiene che l'apprezzare la stessa parola sia una cosa meravigliosa e il coro delle streghe di Eastwick, che canta "Get a life" e ridacchia della povera fata confetto. Insomma nella testa c'è abbastanza casino, ma piano piano che la camera passa dallo stato "esplosione nucleare" allo stato " è sempre un casino, ma almeno è splendente e ci trovo le cose", faccio stare zitte fata e streghe, perchè sono stanca e stasera voglio essere solo contenta, orgogliosa e tronfia perchè oggi è arrivato il frutto di tanti mesi di fatiche.
La camera è a posto. Una doccia caldissima e lunga lava via la stanchezza, la polvere e i pensieri.
Niente piastra stasera. Niente vita mondana.
Mi metto a letto nella mia camera di nuovo ordinata, coi capelli ricci e la testa vuota, mi rilasso e mi addormento.
Il giorno dopo.
Erano mesi che non dormivo così bene, peccato solo che i simpatici vicinimatti abbiano acceso radionostalgiaaaaaaaaaaaaaaa alle 8.30 del mattino.
Avete presente le mele caramellate? Tipo quelle che nei film americani si comprano alle giostre?
Ecco la prima volta che io ho trovato le mele caramellate a un mercatino di Natale in Francia mi sono sentita felice come una bambina di quattro anni.
C’era questa mela, avvolta da uno strato di caramello rosso acceso, lucida e super invitante.
Ovviamente l’ho presa.
Una volta rotta coi denti la crosta di caramello lucido mi sono trovata davanti una mela cotta marroncina, poco invitante; tuttavia l’asprigno della mela cotta si sposava perfettamente con il dolce dello zucchero caramellato.
Se penso al lavoro che abbiamo fatto per lo spettacolo mi viene in mente proprio la mela caramellata. Luci, colori, risate che circondavano un cuore di contenuti aspro e duro.
E ha funzionato. Il pubblico è stato contento. Il regista è stato contento. Noi siamo stati contenti.
A fine spettacolo guardavo il palco, ridotto a un campo di battaglia (piatti rotti, oggetti quotidiani, mantelli, maschere coriandoli) e sorridevo.
E poi: la musica, gli applausi, la cena e le cazzate. Perché in fondo tutto ciò che facciamo lo facciamo per divertimento.
Avrei voglia di scrivere quanto è stato bello lo spettacolo, ma ora ho troppi nervi per colpa dei sorrisi di circostanza, delle scuse, dei nervi, del menefreghismo e di tutta un'altra serie di cosine piacevoli.
Credo che stia parlando la stanchezza, in fondo non mi sono riposata per nulla; credo che parli un po' pure la SPM (maledetti ormoni), ma mi sto trattenendo dal mandare a quel paese metà dell'ufficio, mi verrebbe voglia di mettermi a urlare che mi hanno rotto tutti le scatole, che me ne frego dei loro problemi, delle loro dinamiche, delle loro sofferenze...
Evidentemente lavorare sulla cattiveria ha avuto i suoi effetti, devo ancora decidere se positivi o negativi...
Vabbè... ora mi calmo e poi vi racconto cose belle, che ce n'è bisogno.