L'autunno è una stagione strana.
I colori caldi e l'odore freddo.
La sensazione delle maglie di lana addosso.
Il ricordo degli amori passati, che son sempre cominciati in autunno (quando non in inverno).
In questo ottobre freddo e nervoso sto sospesa tra un benessere quieto e una malinconia diffusa per qualcosa che non c'è. Ho voglia di sentire il profumo di cannella, chiodi di garofano e mele cotte. Ho voglia di castagne e di coccole. Sto imparando a prendermi cura di me nel modo giusto, come non facevo da troppo tempo (o forse da mai). Il percorso non è facile, a volte è doloroso. A volte mi vien voglia di rituffarmi nella vita di prima, quella di mia cugina, frenetica, divertente e in tacchi alti, ma poi penso che non posso abbandonarmi agli anestetici.
A volte certe persone mi mancano tanto da farmi male. Vorrei fare un numero, sentire una voce, vedere un sorriso, ma poi so che sono sulla strada giusta, so che per una volta mi piace guardare le cose dal di fuori coccolando malinconia e struggimento.
Basta un cappello di lana, calato per bene sulla testa, che tenga al caldo i pensieri sani.
Basta la coperta sul divano a proteggermi.
Costruisco la serenità come un castello di carte, il vento è in agguato, ma io sto lontana dalle correnti.
Mi sto lentamente trasformando in un orso, anzi in un'orsa (che avendo fatto la tesi su Artemide, Callisto e le bambine che facevano le orse è anche naturale).
Mi sento proprio un po' selvaggia.
Esco di casa a fatica.
Non ho voglia di troppa gente intorno, ho bisogno di respirare aria che sia solo mia.
Sicuramente aver trovato una casa con giardino, parete in pietra viva e soppalco non aiuta ad aver voglia di uscire.
La mia idea di felicità in questo periodo è stare svaccata sul divano ( su cui ho messo il copriletto della nonna) a leggere, oppure stare seduta in giardino con una birretta a guardare le ortensie.
Accolgo tutti (o quasi ) volentieri, ma l'uscire mi richiede un'energia che non credo di avere.
Anche perchè: uscire per cosa?
La gente a fine estate non mi piace. Tracce di mare sulla pelle, ma occhi ancora lontani.
Il relax finisce presto, ma resta la svoglaitezza.
L'estate mi ha scocciato. Ho voglia di autunno.
Sempre nell'ottica delle cose che mi hanno scocciato sto forse per prendere una decisione molto dolorosa, ma di questo parlerò un 'altra volta. (forse)
Il problema è che tra chi parte e chi resta io son quella che resta.
Nonostante i mille giringiro di questo periodo io resto.
Forse dovrei partire pure io.
Forse non dovrei essserci quando la gente parte.Forse dovrei smettere di essere drogata di struggenza e ineluttabilità.
Giocare al giochino delle ultime volte, stando in bilico tra cinismo e dolcezza improvvisa, non è esattamente salutare.
E nemmeno far finta che.
Mi muovo bene ormai nel silenzio, ma non ci dormo.
E poi scappo.
Tacchi nella mattina fredda e un saluto attraverso un vetro.
Sorrido e non mi volto.
Che questa volta il saluto fa meno male.
Sarà l'allenamento?
(Eh si che vi dovevo raccontare della trasferta pugliese e di un libro che non ho letto, ma che voglio)
Le cose belle arrivweranno, stamattina è un po' blues.
Io ho un problema con le voci.
No, non nel senso che sento le voci, non ho la sindrome di Giovanna D’Arco.
E no, non vedo nemmeno la gente morta.
E che mi faccio fregare.
Ci sono voci che dono capaci di farmi perdere completamente la testa.
Voci che fanno fare le fusa alla mia pancia.
Voci che starei ad ascoltare ore e ore.
A volte succede anche al lavoro, e non è una cosa bella.
Anche perché io quando sento una bella voce mi rincitrullisco, il sorriso idiota si impadronisce di me e le mie arie da signorina Rottermeier vanno un po’ a farsi benedire.
Che se Virna Lisi (ma era Virna Lisi) con quella bocca poteva dire quello che voleva, ci sono persone che con quella voce potrebbero recitarmi pure l’elenco del telefono e farmi sentire una grupie nonostante i miei trent’anni, gli orecchini da signora e i capelli lisci.
La ragione di questa piccola nota è che ho appena passato un quarto d’ora al telefono con una di queste voci.
Fatico a riprendermi (se capite quello che voglio dire).
Nota: non ho mai visto il proprietario di cotanta voce e spero che non ci sia corrispondenza, sennò andiamo a ridere.
E per la rubrica maneggiare con cura oggi parliamo di:
me stessa (oh, un momento di sano egoriferimento).
Devo maneggiare con cura il mio corpo, che anche se la gamba è sgonfiata il mio corpo evidentemente voleva dirmi qualcosa (smetti di fumare? riposati? ogni tanto scendi dai trampoli? chi lo sa...).
Devo maneggiare con cura i miei pensieri, che rischiano di passare dal rosa, al nero senza soluzione di continuità. Noia, entusiasmo, entusiasmo noia, in un'altalena continua che non denota sanità mentale (però vitalità si).
E soprattutto devo mmaneggiare con cura il mio cuore (il mio che?): se credessi alla cabala ci sarebbe da aver paura (inveno 2004, 2006, 2008); se ascoltassi la mia pancia dovrei essere terrorizzata.
Sorrido, ma ho paura.
Forse vorrei fuggire, ma forse invece no.
Mi sento 15 anni, ma non me li posso più permettere.
Una parte di me si mantiene cinica e lucida (grazie al cielo).
ma i discorsi delle mie personalità sono inascoltabili in questi giornni.
Ora vi saluto che stanno arrivando dei signori con una camicia bianca e credo che me la vogliano mettere adosso.
Vi voglio bene.