E per la rubrica maneggiare con cura oggi parliamo di:
me stessa (oh, un momento di sano egoriferimento).
Devo maneggiare con cura il mio corpo, che anche se la gamba è sgonfiata il mio corpo evidentemente voleva dirmi qualcosa (smetti di fumare? riposati? ogni tanto scendi dai trampoli? chi lo sa...).
Devo maneggiare con cura i miei pensieri, che rischiano di passare dal rosa, al nero senza soluzione di continuità. Noia, entusiasmo, entusiasmo noia, in un'altalena continua che non denota sanità mentale (però vitalità si).
E soprattutto devo mmaneggiare con cura il mio cuore (il mio che?): se credessi alla cabala ci sarebbe da aver paura (inveno 2004, 2006, 2008); se ascoltassi la mia pancia dovrei essere terrorizzata.
Sorrido, ma ho paura.
Forse vorrei fuggire, ma forse invece no.
Mi sento 15 anni, ma non me li posso più permettere.
Una parte di me si mantiene cinica e lucida (grazie al cielo).
ma i discorsi delle mie personalità sono inascoltabili in questi giornni.
Ora vi saluto che stanno arrivando dei signori con una camicia bianca e credo che me la vogliano mettere adosso.
Vi voglio bene.
Posso votare da 11 anni, da 10 anni e mezzo vivo fuori casa, lontano dalla città in cui sono nata e in cui voto. (La residenza continua a essere lì, come per la maggior parte di noi fuorisede di lungo corso fino a quando non si sa). Ciò vuol dire che, dal mio secondo voto, ho sempre preso un treno. Prima erano quattro ore, poi sono diventate sette, ma non ho mai rinunciato una volta sola. Ci sono state volte in cui andavo piena di entusiasmo e super convinta: mi ricordo una mattina di giugno di qualche anno fa, una mattina di sole e la percezione di fare quello che andava fatto, senza se e senza ma (poi non è servito a nulla, ma questo è un altro discorso); ci sono state volte in cui andavo solo per dovere morale, sapendo bene che le cose sarebbero cambiate di poco.
Questa volta ho deciso che non salirò su quel treno. Il mio certificato elettorale rimarrà nel cassetto, vicino alle chiavi di casa dei miei.
Questa volta non posso cercare il meno peggio. Questa volta non voglio appoggiare nessuno. Questa volta mia asterrò e starò a guardare cosa succede.
E lo farò con una tristezza infinita.
In queste vacanze non ho passato del tempo solo con la mia famiglia, ma anche con la mia famiglia preferita, ovvero la famiglia Malaussene. Avevo bisogno di rileggere il mio Pennac. Daniel è un amore che dura da più di 10 anni. Benjamin, Clara, Julie, il commissario Rabdomant, Thian, la Regina Zabo, Loussa, zio Stojil, il dottor Marty (se trovi un essere umano, seguilo, seguilo), Il Piccolo, la mamma, Hadouch (e Simon e Mo) e poi loro, i miei preferiti: Jeremy e Therese.
Therese fa le carte. Vede tutto e capisce le persone. Sembra rigida, ma è fortemente empatica e chiama sua figlia Maracuja, ovvero Frutto della passione. A dimostrazione del fatto che le apparenze ingannano.
E poi Jeremy: che scrive benissimo, è attaccato alla famiglia in maniera viscerale, è un adolescente ribelle e da i nomi alle persone. Battezza i bambini: il Piccolo, Verdun, E' Un Angelo, Monsieur Malaussene sono sue idee, da i soprannomi a chi un nome ce l'ha già; e questo lo può fare perchè il suo sguardo attento alla realtà coglie l'essenza delle persone.
Io amo dare i soprannomi, che preferisco chiamare pseudonimi. Mi piace dare alle persone a cui voglio bene un nome che è solo mio, un nome che le collega al sentimento che provo per loro. La rubrica del mio cellulare è piena di nomi buffi, cognomi improbabili, caratteristiche che mi ricordano momenti, facce buffe, espressioni verbali.
Lo pseudonimo non arriva con il ragionamento: è più un guizzo, un lampo di coscienza. Una fotografia che ti fa dire: tu per me oggi sei questo.
Che poi è quello che succede a Jeremy.
Leggo su Vanity, la mia rivista del cuore, l'intervista ai redivivi Take That e mi vengono in mente una serie di siparietti divertentissimi. Io e le mie amichetteeravamo tutte super fans dei Take That. Avevamo pure le videocassette con i video e li guardavamo tutte insieme facendo i balletti (gioventù bruciata).
Ognuna aveva il suo preferito:
le crocerossine dall' occhio lungo adoravano Robbie;
le brave ragazze amavano Mark;
le aspiranti fricchettone stravedevano per Howard (che a un certo punto si era fatto pure i dread)
quelle che dicevano di amare i take that per le canzoni stimavano Gary.
A me piaceva Jason ( Cesson, come lo chiamava il mio amico L. che si divertiva a scarabocchiare sulle foto dei TT che io attaccavo sulla mia smemo). Cesson era un mistero: non era bello (pure un po' butterato),non cantava, ballava e basta, ma io lo ritenevo il mio preferito. Non lo so come mai, forse perchè mi volevo distinguere, forse mi faceva tenerezza che nessuna lo cagasse, ma per me Cesson Orange era "il meglio fico dei TT". Ho scoperto nell'intervista di Vanity che è stato lui a far scappare Robbie dal gruppo, vedi che allora un po' di personalità ce l'aveva, povero Cesson.
Comunque uno dei momenti più brutti della mia adolescenza fu quando mia mamma mi impedì di andare al concerto dei TT a Milano; avremmo dovuto andare al concerto e poi dormire a casa di un cugino di un'amica e mamma di pat disse uno dei pochi No della sua carriera. Ci ho messo anni a perdonarla!!!!!
Questo fine settimana (lungo) torno a casa, ma sarà un fin settimana non rilassante ma faticoso e non molto piacevole.
Dovrò affrontare con i miei un discorso duro e difficile, saranno lacrime e crisi e tutta una serie di cose poco piacevoli che mi guasteranno, almeno in parte, il finesettimana.
Parlarne con loro renderà tutta la situazione più vera, ed invece in queste settimane ho applicato un po' un meccanismo di rimozione, mettendo un po' la polvere sotto il tappeto e facendo un po' finta di nulla.
Per la prima volta da tanti mesi non vado a casa on il cuore leggero.
Per la prima volta non vado con la speranza di incontrare il fantasma, ma anzi non dirò nemmeno che ci sono, così non sto a rimuginare.
Per la prima volta la mia preoccupazione del viaggio non è sapere con che capelli tornerò.
Per la priam volta l'andata sarà lunga come il ritorno.
Ieri sera sono andata dalla mia amica "mamma del secolo" e ho rivisto dopo più di tre mesi il mio adorato nipotino.
E' un prodigio della natura. Bello come il sole. Simpatico. Abbiamo suonato il tamburello e fatto l'aperitivo nella sua cameretta. Lui ci guardava bere vino e ridere e rideva con noi, probabilmente chiedendosi chi fossero quelle tre dementi che battevano le mani e ridevano come matte mentre lui suonava. Sono zia dentro e lo so. Mi commuove vedere come cresce, mi commuove vederlo ridere e fare le faccine buffe. All'interno di quella cameretta dipinta di azzurro, con le mie amiche e un soldo di cacio vestito anni '70 mi sono sentita bene, e in un momento come questo ce n'era bisogno.
Riprendere il ritmo non è facile. Ma ci stiamo riuscendo. Mi concentro sull'organizzazione delle cose che sono successe mentre ero persa tra le ali svizzere a lavorare sulla Bisbetica. Per una settimana il mio problema è stato quello di capire il come e il perchè della "domazione" di Caterina e ho anche sviluppato una mia teoria in merito... Mentre oggi sono qui, a incastrare tassellini con il mio migliore sorriso zen. E non è poi così male.
Ieri sera serata in corte con coinqui, amiche di coinqui e amicoteatrale, che si è fatto risucchiare da una splendida operazione nostalgia e grazie a Youtube (ovvero il male) ci ha fatto vedere mille pubblicità anni '80. Regina di tutte quella del Crystal Ball (che poi, a rifletterci, è ovvio che la nostra generazione che fin dalla più tenera età ha esalato i fumi di crystal ball e coccoina e ha mangiato il dido-lo so che tutti l'abbiamo assagiato, è inutile fingere- non stia poi così bene ora che sta per abbandonare gli enti e entrare negli enta)
Stranita. Ecco come si sento oggi. Dopo una settimana fuori dal mondo. Di cui non è ancoera ora di parlare. Un sacco di mail a cui rispondere, mille cose da fae e la sensazione che il mio posto non sia qui. Ma altrove. E una sensazione di buco in testa. E una consapevolezza. Triste. Dura. Fredda. Ma quanto meno ci faccio i conti, senza troppo combattere. Mi adeguo alla mia solitudine, mi ci crogiolo.
Almeno non fa caldo.